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Osservatorio · Salute mentale al lavoro

Salute Mentale al Lavoro: Tendenze, Dati e Obblighi Normativi 2026

Dai dati WHO e ISTAT sulla prevalenza di ansia e depressione nei lavoratori al riconoscimento del burnout nell'ICD-11: panoramica degli obblighi SSL e delle misure preventive per i datori di lavoro italiani.

1 trilione $Costo annuo salute mentale (perdita produttività, WHO)~15–20%Lavoratori italiani con disturbi ansia/depressione (ISTAT)ICD-11 QD85Burnout codificato OMS dal 2022Art. 28 D.Lgs. 81/08Obbligo valutazione stress lavoro-correlato
Risposta rapida

La salute mentale al lavoro è diventata una delle priorità dell'agenda SSL europea e italiana. L'OMS stima che i disturbi mentali costino all'economia globale circa 1.000 miliardi di dollari l'anno in termini di perdita di produttività. In Italia, dati ISTAT indicano che circa il 15–20% dei lavoratori riferisce sintomi di ansia o depressione in misura tale da influire sulla capacità lavorativa. Il D.Lgs. 81/08 impone già la valutazione del rischio stress lavoro-correlato (art. 28), ma l'applicazione pratica rimane disomogenea. Il riconoscimento del burnout nell'ICD-11 (OMS, 2022) e la crescita del lavoro da remoto stanno ridisegnando la frontiera degli obblighi SSL in materia psicosociale. I dati riportati sono indicativi su fonti WHO, ISTAT e INAIL.

Il costo economico e umano: i dati WHO

L'Organizzazione Mondiale della Sanità (WHO/OMS) ha quantificato il costo economico dei disturbi mentali per l'economia mondiale in circa 1.000 miliardi di dollari l'anno in termini di perdita di produttività — dato pubblicato nel rapporto WHO "Mental health in the workplace" (2019) e confermato nelle successive pubblicazioni. Questo costo include: assenteismo (assenze per malattia riconducibili a disturbi mentali), presenteismo (presenza al lavoro ma con ridotta efficienza per disturbi psicologici), turnover accelerato, costi di sostituzione e formazione del personale, e costi sanitari per le cure.

La stessa OMS evidenzia che per ogni dollaro investito in prevenzione e trattamento dei disturbi mentali nei luoghi di lavoro, il ritorno economico è stimato in 4–5 dollari in termini di riduzione dell'assenteismo e aumento della produttività (WHO, 2019). Questo rapporto costo-efficacia ha guidato le politiche europee degli ultimi anni, tra cui il Quadro Strategico Europeo per la Salute e la Sicurezza sul Lavoro 2021–2027, che identifica i rischi psicosociali come una delle tre priorità principali insieme ai rischi chimici e al lavoro con rischio biologico.

Nota metodologica

Tutti i valori numerici riportati in questa pagina sono indicativi e derivano da elaborazioni su stime WHO, ISTAT e INAIL. Le misurazioni della prevalenza dei disturbi mentali sono metodologicamente complesse per via della diversa definizione di "disturbo" nelle diverse rilevazioni. Per dati aggiornati e definitivi consultare WHO — Mental health in the workplace e ISTAT — Salute mentale in Italia.

Prevalenza in Italia: i dati ISTAT su ansia e depressione

L'ISTAT, attraverso le Indagini sulle condizioni di salute e ricorso ai servizi sanitari e le Rilevazioni sul benessere dei cittadini, fornisce indicazioni sulla diffusione dei disturbi mentali nella popolazione adulta in età lavorativa.

Le stime indicative più recenti collocano tra il 15 e il 20% la quota di lavoratori italiani che riferisce sintomi significativi di ansia, depressione o disturbi dello stress in misura tale da influire sulla qualità della vita lavorativa. Questa stima comprende un ampio spettro di manifestazioni: dai disturbi dell'adattamento (la forma più comune e spesso reversibile) ai disturbi d'ansia generalizzata, alla depressione maggiore, fino alle sindromi da esaurimento professionale (burnout).

Andamento post-pandemia

Le rilevazioni ISTAT e i dati del Sistema di Sorveglianza PASSI mostrano un peggioramento degli indicatori di salute mentale nella popolazione lavorativa nel biennio 2020–2021 (pandemia COVID-19) con una parziale ripresa nel 2022–2023. Tuttavia, alcuni settori — in particolare la sanità, la scuola e i servizi sociali — mostrano indicatori ancora significativamente peggiori rispetto al periodo pre-pandemico, per via del prolungato sovraccarico assistenziale e degli effetti del trauma vicario.

IndicatorePopolazione lavorativa (indicativo)Fonte
Sintomi ansioso-depressivi significativi~15–20% dei lavoratoriISTAT Indagine Salute / PASSI
Assenze per disturbi mentali (malattia)~8–10% del totale giornate di malattiaINPS, elaborazioni su cause di malattia
Burnout nel personale sanitario~35–45% (indicativo, survey nazionali)Survey FNOPI, ANAAO, studi universitari
Burnout nel personale scolastico~20–30% (indicativo)Ricerche Università La Sapienza, studi MIUR-correlati
Malattie professionali psicologiche riconosciute INAILIn crescita: +30–50% dal 2019 al 2024INAIL Rapporto Annuale 2024

Tabella indicativa. I dati sono stime su ordini di grandezza desunti da più fonti; non rappresentano statistiche ufficiali certificate.

Malattie professionali psicologiche: i dati INAIL

L'INAIL ha registrato negli ultimi anni un aumento significativo delle denunce di malattie professionali riconducibili a disturbi psicologici e psichiatrici: disturbi d'adattamento, disturbi post-traumatici da stress (PTSD), disturbi d'ansia generalizzata e sindromi da esaurimento occupazionale.

Malattie psicologiche tabellate e non tabellate

Le malattie professionali psicologiche rientrano quasi integralmente nelle "malattie non tabellate": non compaiono nelle Tabelle allegate al D.P.R. 1124/1965 e successive modifiche, che elencano le patologie con presunzione legale del nesso causale con la mansione. Per le malattie non tabellate, l'onere di dimostrare il nesso causale tra la condizione di lavoro e il disturbo è a carico del lavoratore o dei suoi eredi.

Tuttavia, la giurisprudenza della Corte di Cassazione — Sezione Lavoro — ha progressivamente ampliato il riconoscimento di queste patologie, stabilendo che:

Il riconoscimento del burnout nell'ICD-11

La 11a Revisione della Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD-11), adottata dall'Assemblea Mondiale della Sanità nel 2019 ed entrata in vigore il 1° gennaio 2022, ha inserito il burnout come sindrome occupazionale con codice specifico QD85, nella categoria dei "Fattori che influenzano lo stato di salute o il ricorso ai servizi sanitari" (capitolo 24).

L'OMS definisce il burnout ICD-11 come una sindrome derivante da uno stress cronico sul luogo di lavoro che non è stato gestito con successo, caratterizzata da tre dimensioni principali:

L'inserimento nell'ICD-11 non qualifica automaticamente il burnout come malattia, ma come sindrome di origine occupazionale. L'impatto pratico in Italia consiste nel rafforzamento della documentazione clinica disponibile per supportare le denunce di malattia professionale all'INAIL.

Settori più colpiti dai rischi psicosociali

I rischi psicosociali — definiti dall'EU-OSHA come quegli aspetti della progettazione del lavoro, dell'organizzazione e del management, nonché del contesto sociale e ambientale del lavoro, che possono causare danni di natura psicologica, sociale o fisica — non sono distribuiti uniformemente nei diversi settori produttivi.

SettorePrevalenza burnout/stress (indicativo)Fattori di rischio principali
Sanità e assistenza (medici, infermieri, OSS)~35–45% burnout elevatoTurni notturni, carichi eccezionali, contatto con la sofferenza, trauma vicario
Istruzione (insegnanti, educatori)~20–30%Carico emotivo, gestione classi difficili, burocrazia crescente, scarso riconoscimento
Servizi sociali~25–35%Esposizione a situazioni di vulnerabilità estrema, risorse insufficienti, isolamento professionale
Call center e customer service~20–30%Monitoraggio continuo, ritmo imposto, aggressività dell'utente, lavoro ripetitivo
Forze dell'ordine e soccorso~25–35% PTSD/stressEsposizione a eventi traumatici, rischio fisico, turni, cultura del silenzio
Management e dirigenza~15–25%Iperconnessione, responsabilità elevata, reperibilità H24, conflitti di ruolo
Logistica e trasporti~15–20%Turni atipici, isolamento, pressione sui tempi, guida prolungata

Tabella indicativa. Percentuali stimate su survey nazionali e internazionali per settore; non rappresentano dati INAIL ufficiali.

Il quadro normativo: dall'Accordo Europeo 2004 all'art. 28 D.Lgs. 81/08

La regolamentazione dei rischi psicosociali nei luoghi di lavoro si basa in Italia su un quadro normativo che integra disposizioni europee e nazionali.

L'Accordo Europeo sullo stress lavoro-correlato del 2004

L'Accordo Europeo sullo stress lavoro-correlato, siglato il 8 ottobre 2004 tra le parti sociali europee (ETUC, UNICE, UEAPME, CEEP), è stato recepito in Italia attraverso l'Accordo Interconfederale del 9 giugno 2008. L'Accordo definisce lo stress lavoro-correlato come una condizione che può essere accompagnata da disturbi o disfunzioni di natura fisica, psicologica o sociale, e che è conseguenza del fatto che taluni individui non si sentano in grado di corrispondere alle richieste o alle aspettative riposte in loro.

Le cause dello stress lavoro-correlato identificate dall'Accordo includono: fattori legati al contenuto del lavoro (monotonia, ritmo, carichi di lavoro), fattori legati all'organizzazione (orari, autonomia, comunicazione) e fattori legati al contesto (ruoli, relazioni interpersonali, struttura gerarchica).

L'obbligo di valutazione ai sensi dell'art. 28 D.Lgs. 81/08

L'art. 28 del D.Lgs. 81/08, come modificato dal D.Lgs. 106/2009, prevede esplicitamente che la valutazione dei rischi — effettuata con la collaborazione del medico competente e del RSPP — riguardi tutti i rischi per la sicurezza e la salute dei lavoratori, inclusi quelli riguardanti gruppi di lavoratori esposti a rischi particolari, tra cui quelli collegati allo stress lavoro-correlato, secondo i contenuti dell'Accordo Europeo dell'8 ottobre 2004.

La Commissione Consultiva Permanente per la Salute e Sicurezza sul Lavoro ha approvato nel novembre 2010 le indicazioni necessarie alla valutazione del rischio da stress lavoro-correlato, che stabiliscono una metodologia strutturata in due fasi:

Misure organizzative preventive: cosa può fare il datore di lavoro

La prevenzione dei rischi psicosociali richiede interventi che agiscono sui fattori organizzativi, non solo sui singoli individui. Le misure raccomandate dall'EU-OSHA, dall'INAIL e dalla letteratura scientifica si articolano su più livelli.

Interventi a livello organizzativo (primaria prevenzione)

Interventi a livello di gruppo (prevenzione secondaria)

Interventi individuali (prevenzione terziaria)

Trend futuri: IA, smart working e salute mentale

Il quadro della salute mentale al lavoro è in rapida evoluzione per effetto di due grandi trasformazioni del mondo del lavoro: la diffusione dell'intelligenza artificiale e il consolidamento del lavoro da remoto.

Intelligenza artificiale e rischi psicosociali emergenti

L'introduzione di sistemi di IA nei processi lavorativi introduce nuovi profili di rischio psicosociale che non erano stati previsti dalle normative vigenti:

Il Regolamento EU sull'IA (AI Act, Reg. UE 2024/1689) classifica i sistemi di monitoraggio dei lavoratori come sistemi ad alto rischio, imponendo requisiti di trasparenza, spiegabilità e supervisione umana delle decisioni algoritmiche. Questo ha implicazioni dirette per la valutazione del rischio psicosociale legato all'IA nei luoghi di lavoro.

Smart working e salute mentale: luci e ombre

L'esperienza del massiccio ricorso allo smart working durante la pandemia COVID-19 e il suo successivo consolidamento come modalità ordinaria in molti settori hanno prodotto evidenze ambivalenti sulla salute mentale:

AspettoImpatto positivoImpatto negativo
Autonomia e flessibilitàRiduzione stress da commuting, maggiore controllo sugli orariPer alcuni profili rischio di iperlavoro e difficoltà di stacco
Isolamento socialeRiduzione conflitti interpersonali in ufficioSolitudine, perdita di senso di appartenenza, difficoltà di integrazione dei nuovi assunti
Confine vita/lavoroPossibilità di gestire impegni familiariDifficoltà di disconnessione, sovrapposizione spazi domestici e lavorativi
Intensità del lavoroEliminazione interruzioni dell'open space per alcuni profiliRiunioni virtuali eccessive (Zoom fatigue), monitoraggio percepito
Supporto del supervisoreContatti più focalizzati e meno informaliRiduzione del supporto informale, percezione di abbandono manageriale

Tabella indicativa. Sintesi di meta-analisi sulla salute mentale e smart working (2020–2024).

Le implicazioni per la valutazione del rischio SSL sono dirette: il DVR deve includere i rischi psicosociali specifici del lavoro da remoto e le misure organizzative adottate per prevenirli. L'INAIL ha pubblicato specifiche linee guida per la valutazione del rischio stress lavoro-correlato in contesti di smart working (2021).

Sorveglianza sanitaria integrata per i rischi psicosociali

La sorveglianza sanitaria per i rischi psicosociali è un'area in evoluzione. Il medico competente, in base all'art. 41 D.Lgs. 81/08, esercita la sorveglianza sanitaria sui lavoratori esposti ai rischi individuati nel DVR. Quando il DVR include i rischi psicosociali come significativi, il protocollo sanitario deve essere adeguato di conseguenza.

Strumenti di screening psicologico nel protocollo sanitario

Nei settori ad alto rischio psicosociale (sanità, istruzione, call center, servizi sociali, logistica), il medico competente può includere nel protocollo di sorveglianza sanitaria strumenti di screening validati per la valutazione del benessere psicologico. Gli strumenti più utilizzati in Italia includono:

L'utilizzo di questi strumenti nella sorveglianza sanitaria deve avvenire nel pieno rispetto della riservatezza dei dati sanitari (D.Lgs. 196/2003 e GDPR), garantendo che i risultati individuali non siano accessibili al datore di lavoro.

Approfondisci

FAQ salute mentale al lavoroFAQ

Il datore di lavoro è obbligato a valutare i rischi psicosociali nel DVR?
Sì. L'art. 28 del D.Lgs. 81/08 impone la valutazione di tutti i rischi per la salute e la sicurezza dei lavoratori, con specifico riferimento allo stress lavoro-correlato ai sensi dell'Accordo Europeo recepito in Italia nel 2008. La valutazione del rischio stress lavoro-correlato è obbligatoria per tutti i datori di lavoro, indipendentemente dal settore e dalle dimensioni dell'impresa. L'INAIL ha elaborato la Metodologia per la Valutazione e Gestione del Rischio Stress Lavoro-Correlato (2017), che fornisce strumenti pratici per condurre questa valutazione in modo strutturato.
Il burnout è riconosciuto come malattia professionale dall'INAIL?
Il burnout è stato incluso nella 11a Revisione della Classificazione Internazionale delle Malattie (ICD-11) dell'OMS (2019), in vigore dal 2022, come 'sindrome da esaurimento occupazionale' (codice QD85). Tuttavia, non è automaticamente classificato come malattia professionale tabellata INAIL. I disturbi psicologici da stress lavoro-correlato, incluso il burnout, rientrano nelle malattie professionali non tabellate: il lavoratore deve fornire la prova del nesso causale tra la condizione di lavoro e il disturbo. La giurisprudenza del lavoro ha progressivamente riconosciuto questi nessi, con sentenze favorevoli in particolare per il personale sanitario e scolastico.
Cosa sono i programmi EAP (Employee Assistance Program) e sono obbligatori?
I programmi EAP (Employee Assistance Program) sono servizi di supporto psicologico e consulenza offerti ai dipendenti dall'azienda, generalmente tramite provider specializzati. Prevedono un numero di sessioni gratuite con psicologi o counselor, accessibili in modo confidenziale. Non sono obbligatori per legge, ma rappresentano una misura organizzativa raccomandata per la prevenzione dei rischi psicosociali ai sensi dell'art. 28 D.Lgs. 81/08. Alcune grandi aziende e il settore sanitario pubblico li hanno adottati su base volontaria o contrattuale. Nella valutazione del rischio SSL, la presenza di un EAP può essere documentata come misura preventiva adottata.
I rischi psicosociali nel lavoro da remoto devono essere valutati nel DVR?
Sì. Il D.Lgs. 81/08 si applica anche al telelavoro e al lavoro agile (smart working), come confermato dalla L. 81/2017 sullo smart working. Il datore di lavoro deve valutare nel DVR anche i rischi specifici del lavoro da remoto, tra cui: isolamento sociale, difficoltà di separazione vita/lavoro, ergonomia della postazione domestica, rischio tecnostress da iperconnessione, carichi di lavoro non monitorabili. Il medico competente deve essere informato delle condizioni di lavoro da remoto per adeguare il protocollo di sorveglianza sanitaria.
Qual è il ruolo del medico competente nella prevenzione dei rischi psicosociali?
Il medico competente collabora con il datore di lavoro e il RSPP nella valutazione del rischio stress lavoro-correlato, contribuisce alla sorveglianza sanitaria con la valutazione delle condizioni psicofisiche dei lavoratori esposti a rischi psicosociali (es. operatori sanitari, assistenti sociali, insegnanti in condizioni di elevato carico emotivo) e può segnalare situazioni di rischio emergente. Può proporre misure organizzative correttive e, in casi gravi, formulare giudizi di idoneità con prescrizioni. La collaborazione del medico competente con i professionisti della salute mentale (psicologi del lavoro) è una buona prassi raccomandata dall'INAIL.

Fonti normative

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Ti supportiamo nella redazione della sezione del DVR dedicata ai rischi psicosociali, nella scelta degli strumenti di valutazione e nella definizione del piano d'azione preventivo.